Le
origini
argomento estratto parzialmente dalla pubblicazione
"MATRICE LA SUA GENTE _ MATRICE LA SUA
STORIA" elaborata da Maria Paola Lemmo,
sulla base degli scritti di A. De Rubertis, G. Masciotta,
libri scolastici, documenti dell’archivio parrocchiale
e comunale per approfondimenti consultare il testo
|
Secondo lo storico Gianbattista Masciotta, il nome originario di
Matrice doveva essere "MATER" o "MATRIX", cioè
"MADRE" MATRICE = MADRE nel senso di "Città
Matrice" cioè "città capoluogo" e,
da ciò, si potrebbe desumere che, anticamente, Matrice sia
stato a capo di qualche unione feudale. Matrice è detta “Matricium”
nel diploma di concessione del 1450; “Matricis” in quello
del 1495; “Amatriciis” nell’istromento di translazione
fra le sorelle di Capua del 1530. Altri sostengono che, in seguito
al terremoto del 1456, che distrusse gli agglomerati di case di
VICENNE e CASALE, gli abitanti superstiti si trasferirono in contrada
CASTELLO, dove trovarono aiuto, rifugio e comprensione e formarono
un unico popolo, unito e compatto, che traeva, dal lavoro e dalla
preghiera, la forza e la volontà per lottare e continuare
a vivere. Quindi, questa caratteristica di generosa accoglienza,
come una vera "MADRE", potrebbe aver dato origine al nome
di "MATRICE". (etimologia, però, non avvalorata
da sicure motivazioni storiche). La prima notizia storica relativa
a Matrice risale al 1039. E' stato, infatti, rinvenuto a Roma un
documento dei principi longobardi di Benevento (Pandolfo III e Landolfo
VI) che, delimitando i confini di Montagano, fa riferimento a Matrice
e Santa Maria della Strada e all'annesso Casale. Il documento fu
chiamato dallo scopritore M.R.P. Michele Galluppi ed, attualmente,
è custodito presso l'Archivio Capitolino. Nel 1931 fu fotografato
e una copia autentica fu donata, dallo stesso Galluppi, al Comune
di Montagano. Altre notizie risalgono al 1148; Signore di Matrice,
allora, era Roberto Avalerii (o Valerio) barone del Conte di Molise.
Roberto Avalerii, forse, donò il terreno per la fondazione
del tempio di Santa Maria della Strada. In sua memoria fu costruita,
nei pressi del tempio, la bella fontana, a forma di colonna, coronata
da una fascia istoriata, con due teste di tori contrapposte, dalla
cui bocca zampillava l'acqua, proveniente da un'antica conduttura,
ancora esistente. Vi si legge un'iscrizione latina che si traduce:
"Al tempo in cui governò il barone Roberto Avalerii
(fu costruita) questa fontana, affinchè gli assetati ne bevessero
devotamente l'acqua chiara". Al tempo di Federico II, nipote
del famoso Federico I (il Barbarossa), i signori di Matrice, sembra
appartenessero ancora ad un ramo della Famiglia Avalerii. Il Molise,
che faceva parte del Regno di Napoli, passò, come sappiamo,
sotto Carlo I d'Angiò, quando questi fu chiamato in aiuto
dal pontefice Clemente IV. Sotto Carlo I d' Angiò, Matrice
fu in piena signoria di Gemma Avalerii che divenne signora di Matrice,
come figlia di un fratello maggiore di Vito Avalerii. Marito di
Gemma fu Nicola de Teopaldo da Palestrina, investito della baronia
di Lupara da Federico II. I figli di questi, Pietro e Niccola (o
Nicola) Lupara, ebbero il "condominium" su Matrice, ma
nel 1286 si divisero l'intera eredità e solo Niccola prese
possesso di Matrice e Santa Maria della Strada. Nel 1280, morta
Gemma, Pietro, uomo energico e violento, per i delitti commessi
o di cui era responsabile, fu scomunicato ed espropriato e finì
col perdere, insieme con i figli, ogni importanza storica. Niccola,
invece, Signore di Matrice, si distinse per gli alti uffici e incarichi,
affidatigli da Carlo II d'Angiò. Il Regno di Napoli, infatti,
era ancora sotto la dominazione Angioina. Niccola, recatosi nel
1300 in Ungheria, per accompagnare Caraberto, nipote del re, vi
morì nel 1301. Gli successe l'unico figlio Pietro, detto
"il giovane" (per non confonderlo col suo famigerato zio).
Pietro Lupara ebbe cura di accrescere il patrimonio della famiglia,
specialmente con la conclusione di matrimoni vantaggiosi per i suoi
figli e nipoti. Favorito anche dalla rinomanza del padre, riuscì
ad estendere le relazioni da questi allacciate, non solo con altri
vicini feudatari, ma anche con la migliore nobiltà di corte
e conservò i feudi paterni fino al 1341, anno della sua morte.
Il figlio maggiore di Pietro "il giovane" Niccola (come
il nonno) sposò Beatrice de Barras e la figlia Clemenza sposò
Giovanni Alomagno, figlio di Guglielmo, familiare di Carlo II e
signore di Ripalimosani.
Morto Giovanni, Clemenza passò a seconde nozze con Manfredo
di Monforte. L'altro figlio di Pietro "il giovane", Filippo
sposò Francesca, coerede di Alessandro di Boiano. Nella seconda
metà del secolo XIV, Matrice, dalla Signoria dei Lupara,
passò a quella dei Da Ponte e poi a quella dei Santangelo.
Morto l'ultimo di questa famiglia senza eredi, Matrice fu incamerata
nella regia corte. Intanto il Regno di Napoli era passato agli Aragonesi
(Spagna) e, nel 1443 Matrice fu aggregata da Alfonso I di Aragona
al feudo di Montagano. Dopo il 1477, se ne impossessò la
Famiglia Della Candida e nel 1495 fu data ad Andrea De Capua (duca
di Termoli e Conte di Campobasso). Nel 1597, messa all'asta, in
seguito a domanda dei creditori di Ferrante De Capua, restò
aggiudicata a Gianfrancesco Grimaldi. Qualche tempo dopo, tornò
in possesso dei Duchi di Termoli, ma, nel 1705 fu, da Ippolita Maria
Pignatelli, data alla Famiglia Pacca di Benevento, che ebbe il titolo
di Marchese diMatrice nel 1721. Ultimo marchese di Matrice fu Giuseppe
Pacca, fratello del Cardinale Bartolomeo Pacca, che era stato Segretario
di Stato di Pio VII e del quale aveva condiviso le traversie politiche
durante il periodo napoleonico. Ne tenne la "signoria"
fino al tempo in cui, per le leggi del 1806-1809 (CodiceNapoleonico),
la feudalità fu abolita anche nel Regno di Napoli. Per secoli
i signori, come in ogni feudo, anche a Matrice spadroneggiavano
e vivevano nell'agio, sfruttando il lavoro dei sudditi. Napoleone,
in Francia, aveva abolito alcune leggi e consuetudini di origine
feudale, quali la primogenitura e i privilegi: pagamento per passare
un determinato ponte o una certa strada o per far pascolare il proprio
gregge su un certo campo, concessione gratuita di una parte del
proprio raccolto ai nobili o al clero. Il Codice Napoleonico, abolendo
tutte queste consuetudini, che limitavano la circolazione dei beni,
aveva permesso il diffondersi delle ricchezze e aveva dato alla
BORGHESIA la possibilità di svilupparsi. Non erano più
i nobili ad avere il controllo della società, ma i borghesi,
i commercianti, gli artigiani, i ricchi. Questo cambiamento s'impose
non solo in Francia, ma, anche se in maniera diversa, nei territori
sottoposti alla Francia, quindi nel Regno di Napoli e, di conseguenza,
a Matrice. Con Napoleone si ebbe una ventata di democrazia anche
in Italia; si formarono piccole repubbliche, si chiuse l'ora dei
governi assoluti e si aprì quella delle COSTITUZIONI DEMOCRATICHE,
costituzioni concesse dai sovrani al popolo (che aveva acquistato
più potere), ma nelle quali si riservavano una larga parte
di intervento e di controllo. A far rispettare la costituzione,
c'era, come in ogni paese, anche a Matrice un un cittadino eletto
dai matriciani, scelto fra i matriciani.
I sindaci:
L'origine dei primi abitanti di Matrice affonda
le radici nell'antica popolazione dei SANNITI (secolo IV a.C.).
I Sanniti erano soprattutto un popolo di pastori e di agricoltori,
altamente fieri e gelosi della propria indipendenza. Attaccati dai
Romani, resistettero per anni, ma, nel 305 a.C. furono sconfitti;
acconsentirono, però, a diventare parte della Repubblica
Romana, dati i notevoli vantaggi che ciò poteva procurare
loro.
Ai Sanniti fu anche accordata una larga autonomia, con poche limitazioni:
il divieto di impegnarsi in guerra, senza il consenso romano e l'obbligo
di amministrare la giustizia al modo romano. Anche a Matrice si
sentì l'influenza romana; si pensa che, anticamente, nei
dintorni di
Santa Maria della Strada, presso Colle Melaino, sorgesse un agglomerato
di case rurali chiamato "VICENNE". A testimonianza di
questo, nella strada che da Santa Maria della Strada porta a Petrella,sono
stati rinvenuti resti di case [Le ricorrenze "vicennali"
erano i giochi, le feste che si rinnovavano ogni 20 anni; erano
i sacrifici e i giochi ordinati dal Senato Romano, per domandare
agli dei la conservazione e
la salute degli imperatori, nel ventesimo anno di regno]. Nelle
vicinanze di "VICENNE" sorgeva un altro agglomerato chiamato
"CASALE".
Erano case rurali non cintate, senza carattere o funzione di centro,
sempre, però, nei pressi di sorgenti, come viene confermato
dall'attuale fontana "Cialandrea". In contrada "CASTELLO"
viveva un altro gruppo che, col passare dei secoli, ingrandì
sempre più, tanto che, nel 1246 eresse, con amore e sacrificio,
un tempio proprio. In un angolo del campanile una pietra con la
scritta: "A.D.MCCXLVI“ (anno del Signore 1246) ricorda
la fondazione dell'attuale chiesa parrocchiale. In seguito al terremoto
del 1456, che distrusse gli agglomerati di case di VICENNE e CASALE,
gli abitanti superstiti si trasferirono in contrada CASTELLO, dove
trovarono aiuto, rifugio e comprensione e formarono un unico popolo,
unito e compatto, che traeva, dal lavoro e dalla preghiera, la forza
e la volontà per lottare e continuare a vivere.
La maggior parte degli abitanti di Matrice era dedita all'agricoltura
e alla pastorizia, ma tutto era arretrato e si conduceva una vita
di fatiche e di stenti; all'alba, a dorso di un mulo, di un asino
o a piedi, con i rudimentali attrezzi da lavoro, i contadini matriciani
raggiungevano il
podere, dove rimanevano fino a sera o…….per più
giorni, se il podere era troppo lontano, dormendo nei casolari (masserie)
o in capanne di paglia, canne e fango (pagliai). Chi non aveva un
proprio podere, offriva il lavoro delle braccia (braccianti). C'era
qualcuno più fortunato che risuolava le scarpe o chi faceva
il manovale o il muratore, il ramaio, il ferraio, ma ….. tutti
erano accomunati da una condizione di notevole povertà, che
si traduceva in condizioni di vita estremamente precarie. Le donne,
quando non accompagnavano i mariti nei campi, restavano nel borgo,
per le faccende domestiche, per tessere al telaio, intrecciare paglia
o canne, per fare ceste di varie forme, necessarie per la lievitazione
del pane o intrecciare vimini, per cestini (frascelle) per dare
forma al formaggio, oppure impastavano il pane o andavano nei pressi
di qualche ruscello a lavare i panni. Il vitto era a base di farinacei
(pane nero, pizza di granoturco); gli apporti proteici, indispensabili
alla vita biologica degli individui, erano scarsissimi, per l'assenza
quasi totale della carne e della frutta nella dieta quotidiana.
I fisici poco robusti, a causa della scarsa alimentazione, erano
più esposti ai rischi delle malattie, soprattutto epidemiche,
anche perchè la legislazione sanitaria era inadeguata e lo
Stato investiva assai poco nella tutela della salute pubblica. Nonostante
si sapesse già come curarlo, il VAIOLO mieteva molte vittime;
per le pessime condizioni igienico sanitarie, ci furono, anche a
Matrice, epidemie di PESTE, di COLERA, di TIFO e casi di MALARIA,
perchè la bonifica delle zone paludose non era stata ancora
programmata dallo Stato. Solo nel 1888 il Parlamento approvò
un nuovo ordinamento a tutela dell'IGIENE e della SALUTE PUBBLICA,
che metteva a disposizione mezzi e strutture, seppur minimi, perchè
a livello locale si avviasse una politica riformatrice. I sovrani
borbonici, che si erano ristabiliti nel Regno di Napoli dopo i Moti
Rivoluzionari del 1821 e avevano restaurata una monarchia assoluta,
avevano deliberatamente lasciato la gente nella miseria, nell' ignoranza
e nella superstizione, convinti com'erano che "solo se abbandonata
in quelle condizioni, la plebe obbedisce e non si mette i grilli
nel capo". Quasi tutti i matriciani non parlavano, né
scrivevano l'italiano, essendo in larga parte ANALFABETI. Essi si
servivano del dialetto, che poco o nulla aveva a che fare con la
lingua nazionale. C'era anche chi sapeva solo compitare (ricopiare,
disegnare) e scrivere la propria firma, senza, quindi, aver alcun
reale contatto con la lingua scritta. Solo qualcuno sapeva leggere
e scrivere e scriveva lettere o altri documenti, per chi non era
in grado di farlo. Dopo l'unificazione del Regno (1861) si rese,
anche a Matrice, obbligatoria l'istruzione scolastica, per almeno
qualche anno, per sottrarre gli allievi all'analfabetismo. Gli insegnanti,
per farsi capire dagli alunni, usavano ancora il dialetto. Quei
pochi, che frequentavano la scuola, lo facevano con molti sacrifici
e c'era chi, non potendo lasciare le bestie incustodite o, non avendo
la possibilità di raggiungere la sede, perchè abitava
in qualche sperduto casolare, non andava a scuola. L'istruzione
elementare non riusciva a garantire, però, un contatto duraturo
con la lingua nazionale; una definitiva acquisizione della lingua
era riservata soltanto a coloro che, dopo le scuole elementari,
continuavano per qualche anno gli studi, ma questi fortunati erano
pochi. In Italia c'erano stati i moti rivoluzionari, le guerre d'indipendenza,
l'unificazione del Regno, la rivoluzione industriale, ma la scintilla
del progresso non aveva toccato Matrice. Niente riforma agraria,
niente distribuzione delle terre: tutte conquiste ancora molto lontane.
Anzi, i primi provvedimenti governativi del Nuovo Regno d'Italia
(1861), che estendevano anche al Meridione il sistema fiscale piemontese,
non furono efficaci: il nuovo sistema tributario risultò
molto più pesante di quello borbonico. Il servizio militare,
che obbligava i giovani ad arruolarsi per cinque anni (si sà
cosa significa per una famiglia contadina perdere l'aiuto di un
figlio: due braccia robuste che lavoravano) aggravò le già
pessime condizioni di vita dei contadini matriciani. I baroni non
c'erano più, ma la tradizione dei loro soprusi e delle loro
prepotenze non era ancora cancellata. Il contadino sapeva che le
sue fatiche non gli fruttavano benessere, né prosperità,
sapeva che il prodotto della terra, annaffiata dai suoi sudori,
non sarebbe stato suo: si sentiva e si vedeva condannato a perpetue
miserie e l'istinto della vendetta sorse spontaneo nell'animo suo.
In tutta l'Italia Meridionale si diffuse un MALCONTENTO, accresciuto
dalle disposizioni del nuovo Stato e dal dissesto che le guerre
e il disfacimento del Regno di Napoli prima e delle Due Sicilie
dopo avevano determinato nell'economia. L'insieme di questi fenomeni
sociali e politici determinò una tumultuosa sollevazione
che si manifestò nella forma storica del brigantaggio. Armati
di schioppo, molti contadini presero la via delle montagne, organizzati
nella forma tradizionale utilizzata per secoli dai poveri per ribellarsi
ai ricchi e ai potenti; la grande banda di briganti calava nei borghi
e nei campi, saccheggiando e uccidendo. I contadini matriciani furono
più vittime che protagonisti del fenomeno BRIGANTAGGIO. Essi
commerciavano soprattutto con la Puglia, dove portavano lana, formaggio,
agnelli, in cambio di provviste di grano, ma, durante il viaggio,
erano spesso depredati dai briganti. Solo in paese si era più
al sicuro, dopo aver chiuso le due porte centrali
Port a Ball (basso) e Port a Mont (verso il Monte), che venivano
sbarrate ogni sera, per difendersi, non solo dagli animali feroci,
ma anche da questi Ciò che aveva determinato la ribellione
organizzata era la MISERIA e l'OPPRESSIONE. A Matrice nulla stava
cambiando: ancora i signori, i grandi proprietari che dettavano
legge. I contadini, i braccianti, i giornalieri, i coloni lavoravano,
ma i loro redditi a stento garantivano la sopravvivenza. Ma non
è tutto........... Sul bilancio dello Stato Italiano gravavano
le spese affrontate per realizzare l'Unità, per
incrementare la rete ferroviaria, quelle necessarie per i servizi,
come ospedali e scuole, per affrontare e combattere il brigantaggio
e, per far fronte a questi giganteschi impegni, lo Stato si trovò
nella necessità di spendere molto di più di quanto
incassava, con la tassazione in vigore
agli inizi degli anni Sessanta. Lo Stato si dichiarò in DEFICIT
e, per irrobustire le finanze statali, il Governo impose a tutti
i cittadini di pagare più tasse. L'inasprimento non riguardava
tanto le imposte dirette, cioè le tasse pagate dai singoli
cittadini sul proprio reddito, bensì quelle indirette, quelle
che gravavano in maniera uguale per tutti, sulle singole merci di
consumo (farina, sale, carbone, fiammiferi), quindi, l'aumento dei
prezzi dei prodotti di largo consumo. Nel 1868, l'imposizione di
una nuova imposta, la TASSA sul MACINATO o Tassa sulla
Disperazione, fece esplodere violente proteste, contro la politica
del governo e contribuì ad aggravare anche le condizioni
già misere dei matriciani. A causa delle condizioni economiche
disperate, i matriciani, come tanti altri, verso la fine del 1800,
cercarono fortuna emigrando, soprattutto nelle Americhe, dove il
lavoro era molto richiesto; sia nell'America del Nord, che stava
iniziando la sua industrializzazione e aveva bisogno di braccia,
ma anche nell'America Latina, dove l'agricoltura era in espansione.
L'EMIGRAZIONE poi divenne più intensa nel primo quindicennio
del Novecento e influì positivamente, perchè, producendo
una diminuizione della manodopera, riuscì a far lievitare
i salari dei contadini o dei braccianti rimasti e, in seguito, gli
emigranti fecero pervenire ai loro famigliari, rimasti a Matrice,
somme di denaro, che servirono sia a saldare i debiti fatti per
pagare il viaggio in America, sia per migliorare le condizioni di
vita, che per apportare innovazioni anche in campagna. Alcuni emigranti,
inoltre, dopo essersi economicamente sistemati, fecero ritorno in
paese e si affrettarono ad investire i propri risparmi nella terra.
Ma, ancora sul nascere, questi tentativi di migloramento furono
soffocati da eventi e scelte politiche, che portarono l'Italia alla
Prima e alla Seconda Guerra Mondiale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale,
i matriciani emigrarono ancora, ma questa volta, però, l'emigrazione
di intere famiglie non fu solo oltreoceano ma fu diretta anche verso
il Nord Europa (Francia, Belgio, Germania e Inghilterra) e, negli
anni Sessanta, iniziò un'emigrazione verso la Lombardia e,
precisamente, verso la Provincia di Varese, dove, ancora oggi, risiedono
tantissime famiglie di Matrice. Ma, in qualunque Paese, il "matriciano"
si è inserito nel tessuto sociale della nazione che lo ospita,
adeguandosi agli usi ed alle consuetudini locali, inoltre ha dimostrato
e dimostra di essere, come i suoi predecessori, semplice e onesto,
con tanta voglia di migliorare le proprie condizioni di vita lavorando.
L' origine del cognome risale al Medioevo, verso l'anno Mille, quando
si diffuse l'uso di indicare le famiglie riferendosi al loro capo.
Anche nei COGNOMI MATRICIANI riscontriamo questo, eccone alcuni:
DI CICCO (figlio di CECCO o Francesco); DI LILLO (figlio di LILLO
o Pasqualillo); DI CARLO (figlio di CARLO); DI SABATO (figlio di
SABATO o Sabatino); DI VITO (figlio di VITO); DE RUBERTIS (della
famiglia dei ROBERTO); E poi ancora DI CORPO, DE MICHELE, DI PUCCIO,
DI SANTO, ecc. Il prefisso DI o DE col tempo è scomparso
e si sono avuti cognomi come: MARTINO, PASQUALE o FEDERICO. In alcuni
casi, invece, era tramandato ai figli qualche qualità o difetto
fisico del capofamiglia: D'AMATO (persona ben voluta, amata); PICCIRILLO
(piccolino, di una persona piccola); DEL ZOPPO (figlio dello zoppo);
Altri cognomi nacquero dalla designazione dell'attività svolta
dai membri maschili della famiglia (non bisogna dimenticare che
un tempo il mestiere si tramandava di padre infiglio) e il cognome
BARBIERO o BARBIERI e STRACCIALANA ne sono un esempio, mentre, in
altri casi, venne assunto il nome del paese, della città
o della regione d'origine, basti ricordare: APPUGLIESE (proveniente
dalle Puglie), o GAMBATESA, LONGANO, PROVVIDENTI, SANTANGELO, tutti
nomi di paesi del circondario matriciano. Ecco i COGNOMI più
antichi di Matrice, quelli esistenti già prima del 1573:
Appugliese-Laurienzo-D'Amato-Lemmo-Di Cicco-Piccirillo-Di Corpo-Vaccariello-Di
Puccio A questi se ne aggiunsero, con gli anni, altri, i cui capostipiti,
provenienti da localitàlimitrofe, si sono ben inseriti nel
paese. Originari di Montagano, Castellino sul Biferno, Campolieto,
Monacilioni, San Giovanni in Galdo, Campodipietra, Campobasso, Gildone,
Jelsi, Fossalto, ecc. ecc. Insomma, provenienti da altri paesi,
ma nell'anagrafe di Matrice da tantissimi anni, ecco altri cognomi,
che, ormai, possono essere annoverati fra quelli matriciani:
I
SOPRANNOMI MATRICIANI
Un tempo i nomi e i cognomi uguali erano molti e, pertanto, anche
a Matrice, era d'uso distinguere le persone con un soprannome (Lu
Barbier, Lu Faccicuott, Carcerat, Bonom, Galantom, Lu Surd, La Busses,
La Tures, La Camptres) che metteva in evidenza un pregio o un difetto,
il mestiere o la provenienza della persona stessa;
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