“…… OSNE*
le VAL fu sede di fonderie d’Arte attive già
dal 1833;
fonditori alto-marnesi realizzarono il nostro monumento
nel primo decennio della seconda metà del XIX sec.
L’opera si inserisce nel novero delle prime produzioni
seriali (in molti esemplari) dell’arte monumentale
e decorativa…
L’autore del nostro monumento fu MATHURIN MOREAU che
si formò presso un’Accademia dell’Arte
francese istituita a Roma. (pag. 12)
La tradizionale perizia metallurgica e lo spirito innovativo
dette ai francesi il primato nel mondo dell’impiego
dei metalli nell’architettura e nelle arti, fin dal
1833; la chiesa neo-rinascimentale di S. Augustin (1860-67)
ornata anche di opere di Mathurin Moreau, ebbe le sue strutture
architettoniche in ghisa; il culmine di questo processo
detto “ingegneresco” ardito e novitario trovò
in molte altre soluzioni e soprattutto nella TORRE EIFFEL
(1888-1889) la sua apoteosi. (Pag. 13)
Furono i francesi ad estendere l’uso dei metalli e
della ghisa nei settori mercatoriali dell’Arte decorativa
ove nella branca della scultura ornamentale le tradizionali
espressioni monumentali dei <<pezzi unici>>
furono superate dalla nuova <<produzione di serie>>
e dalla paternità dell’<<artista-autore>>
si passò a quella dell’<<industria-realizzatrice>>
(come nel caso del nostro monumento, firmato solo con l’indicazione
“VAL d’OSNE”) tanto che nel 1863, sulla
spinta della produttività imperante, venne istituita
la “Unione delle Belle Arti applicate all’Industria”
e nel 1881 il “Comité de la Société
des Artistes Francais” di cui Mothurin Moreau fu socio
fondatore. Innumerevoli produzioni figurarono nelle numerose
“expositions” alle quali Val d’Osne partecipò
dal 1834 al 1900 in tutto il mondo, riscuotendo notevoli
riconoscimenti; in quella parigina del 1867 fu esposta anche
la fontana dell’été “estate”,
essenso essa rappresentata proprio nel 1867 sul più
antico catalogo della Val d’Osne, mentre il suo prototipo
in marmo fu esposto già nel 1855 alla “Exposition
Universelle” di Parigi. (Pag. 14)
Duplicati dell’été di Moreau
sono, oltre che ad Alife (Caserta), a Terracina (Latina),
a Matrice (Campobasso) a Fornelli (Isernia) e a Cosenza
e qui, come ad Alife, il giovine che sormonta la fontana,
è chiamato “giugno” e ciò
conforta e sostiene l’anologa denominazione nostrana.
L’identificazione dell’été con
un giovane sembra proporre il decimo mese del calendario
repubblicano francese, primo dell’Estate, il “MESSIODOR”
“dono delle messi”, come fa appunto il nostro
“giugno” e non a caso, la saggezza della tradizione
popolare, incurante della cultura ufficiale, ha sempre chiamato
in Alife, con questo nome il giovinetto che, ostentando
rastrello e falcetto, preannuncia rassicurando, ancora un
altro raccolto… (Pag. 15)
* [Val d’OSNE è
nell’alta MARNA (Francia)]
CRONOLOGIA E ANALISI STILISTICA
di Alessandro Parisi
… L’opera denominata “été”,
tagliata nel marmo, compare nel 1855 nella “Exposition
Universelle” di Parigi, catalogata col numero 4514;
dopo il 1860 troviamo l’été come appartenente
al tradizionale gruppo delle “quatre saison”
(quattro stagioni) insieme alla primavera “printemps”,
all’autunno “automne” con funzioni solo
allegoriche e prive di fontane sottostanti; le statue in
ghisa, insieme a tante altre opere altomarnesi decoravano
il <<passeio publico>> (il parco) di Rio de
Janeiro in Brasile. L’inverno “hiver”
non fu collocato per simboleggiare l’eterna buona
stagione esistente a Rio, ma la troviamo con l’été
annoverata tra le quattro stagioni che, insieme ad altre
opere di Moreau, decoravano nel 1896 il “Banco del
Brasile” attuale Museo della Repubblica.
Molto probabilmente da quel marmo di Moreau derivarono le
copie in ghisa esistenti in Alife e altrove, il suo disegno
venne riportato sui cataloghi delle fonderie “Val
d’Osne” fin dal 1867. Questa data non attesta
l’anno della materiale traduzione in ghisa dell’été
di certo precedente, essa resta ancora oscura e si può
collocare tra il 1855 e il 1867 e prima… (Pag. 23)
Sormonta questa fontana neoclassica una bella figura di
giovane efebo che rappresenta l’estate; l’agile
corpo è nobilitato dalle vesti all’antica,
la corta tunica sapientemente modellata in effetto “bagnato”
(aderente al corpo) e la clamis (mantellina) pendente come
di consueto, dalla spalla sinistra e fissata con borchia
sulla destra.
Egli impugna, in presa d’appoggio un falcetto, con
la destra accostata al fianco, il braccio sinistro in estensione,
stringe l’estremità di un altro utensile; è
un rastrello, appena riconoscibile per i suoi rostri, posti
a terra, “dignitosamente” nascosti tra il fogliame
del voluminoso fascio di grano, deliziosamente descritto
nelle sue spighe, posto all’indietro come a sostegno
della figura e su cui, specie a sinistra, ricadono i lembi
falcati della clamide con ampi piegoni a “cannone”
e bei risvolti.
Tutta la magia della statuaria classica è riproposta
nella scattante figura della ponderata definizione degli
equilibri, delle sue masse, alla leggera “massa d’appoggio”
sull’anca, a quel movimento potenziale suggerito abilmente
un po’ ovunque, dalle lievi torsioni del busto sul
bacino, della testa e delle agili gambe, canonicamente l’una
in posizione di sostegno dell’intero corpo…
nello schiacciamento plantare del bel piede; l’altra
leggermente flessa instabile e pronta ad abbandonare quella
stasi provvisoria che pur garantisce con la sola “presa”
digitale del piede flesso sulla base appena ondulata, irrealistico
terreno di lavoro, privo di zolle o sterpi di taglio. |
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Tutto ci rimanda ad un’azione
che è ormai compiuta, quella della mietitura, ma
che, per assenza di connotazioni particolari, il giovine
sembra non aver mai svolto. Il faticoso, per nulla eroico
lavoro della millenaria utilità sembra immolato ad
un atteggiamento di aristocratica, inaccessibile fierezza
assai lontana dall’umile pratica dei campi e degli
attributi, il falcetto, il rastrello e le spighe di grano,
altro non sono che convenzione, sostegno e decoro della
posa araldica e principesca: la destra al fianco, sull’agreste
strumento - come sull’elsa del più ageminato
stiletto -; la sinistra, su di un’asta inverosimilmente
accorciata, quasi atto imperioso sullo scettro del comando…(Pag.
31)
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