Santa Maria della Strada

Lontano dal rumore e dal frastuono della civiltà odierna, in aperta campagna, ai bordi del braccio fratturale Cortile-Centocelle e su una stupenda collina in agro di Matrice si trova Santa Maria della Strada, un gioiello dell’architettura del 1100.
Il professor Corrado Carano, studioso d’arte, qualche anno fa, parlando del tempio si esprimeva così: “Sembra che in questo tempio gli artisti medioevali abbiano voluto raccogliere tutte le note della musica architettonica che il genio italiano aveva creato in Italia, in modo che con la sua semplice bellezza potesse gareggiare con tutte le altre chiese del medesimo stile che impreziosiscono la nostra penisola”.
I bassorilievi, gli ornamenti esterni e il campanile costruito a margine della chiesa collocano l’opera nel puro stile romanico, anche se all’interno affiorano sui capitelli influenze arabe e bizantine. La chiesa a tre navate (simbolo della Trinità), con dodici colonne (simbolo dei dodici apostoli), è a croce greca.
Le colonne portano capitelli uno diverso dall’altro e il tempio è rivolto verso oriente dove sorge il sole (simbolo di Cristo).
Le finestre sono alte e strette, tipo feritoie e danno poca luce e poca aria.
La muratura è a blocchi quadrati di calcare a nummuliti ed è priva di intonaco sia all’interno che all’esterno.
La presenza di nummuliti conferisce alla chiesa una ulteriore nota di attrazione di tipo scientifico (è un museo paleontologico all’aperto).

STORIA E ORIGINI DEL TEMPIO CARATTERISTICHE DEL SITO

rudereLe origini della chiesa, in onore della Madonna, sono legate al periodo in cui il feudo di Matrice era governato da Roberto Valerio e pare che lui stesso abbia fatto dono del terreno sul quale sorge il monumento. Erano gli anni a cavallo del XII sec. e a ricordarci di questo vi è una scritta in latino sulla fontanina a colonna in pietra, situata alla fine della scalinata che dà accesso all’ingresso principale della chiesa.
Nei pressi del tempio, si trova un antico casale (forse l’antica Matrice); è la villa rustica romana che testimonia una frequentazione del sito molto lontana nel tempo.
L’antico casale partecipava all’economia di un precedente insediamento religioso (Monastero-Badia) di monaci greci Basiliani e poi Benedettini che coltivavano e commerciavano nelle terre dell’agro.
I Benedettini abbandonarono il sito dopo il rovinoso terremoto che si abbatté su queste terre nell’anno 1465.
Del monastero si trovano tracce nella bolla pontificia di Anastasio IV dell’anno 1153 diretta a Pietro, arcivescovo di Benevento dell’epoca. In un’altra pergamena, conservata all’archivio storico di Benevento, la chiesa di S. Maria della Strada risulta consacrata nel 1148 dall’arcivescovo Pietro e dai vescovi Giovanni di Volturara, Raimondo di Cividale e Roberto di Bojano.Dopo alterne vicende di totale abbandono, il cardinale Orsini di Benevento, dopo averla restaurata e consacrata, la riapre al culto nell’anno 1703. Alla fine del secolo scorso, nel 1889, per la precisione grazie all’interessamento di Vincenzo Ambrosiani, all’epoca arciprete di Monacilioni, diviene Monumento nazionale.
Oggi è in buone condizioni anche se alcuni interventi sono stati effettuati senza il dovuto e necessario studio (come la sostituzione del pavimento che ha portato alla scomparsa di una lastra recante una data molto importante per la ricerca). ulla destra del protiro una testa di toro fa da capitello sopra una figura (forse San Michele); due pavoni, che bevono in un vaso posto sul suo capo, indicano l’immortalità promessa. Sopra, sono rappresentati un cavallo, una civetta ed una scena di guerra: due uomini sono in lotta tra loro ed uno dei due è difeso (invano) da un terzo uomo.Sopra, un cavaliere con la spada uccide un leone che aveva azzannato la testa del suo cavallo. Il leone potrebbe rappresentare la violenza, il male, Satana, contro cui l’uomo deve combattere e se vuole vincere occorre che abbia la Fede.
Nel centro del timpano troneggia una figura femminile a cavallo tra due pavoni che beccano a terra. Potrebbe essere la castellana di Matrice (moglie di Roberto Valerio barone dell’agro al tempo della costruzione del Tempio), ma forse più semplicemente è la rappresentazione della felicità dell’anima nel Paradiso.
A nord, sul portale di accesso secondario, sono riportate le parole di Matteo: ”Chi farà la volontà del Padre mio, che è nei cieli, entrerà nei cieli”. Queste parole ci sono di guida per interpretare la scena ivi raffigurata: Alessandro Magno, rapito al cielo da due grifoni che lui stesso aveva adescato, rappresenta il Cristo che, con la sua bontà, attira le anime in Paradiso.
Nel timpano un agnello chiede aiuto alla croce per respingere due ingordi e feroci dragoni che lo insidiano.

ARTE E SIMBOLOGIA ESTERNO

Sulla sommità del tempio, un’aquila porta tra gli artigli tre teste umane: simboleggiano il Cristo risorto che salva due vite umane dalla morte.
Il rosone appena sotto l’aquila ha un foro centrale e dodici archi con altrettanti fori che rappresentano il Cristo e i dodici apostoli.
Ai lati del rosone fuoriescono due figure di buoi a metà, con le zampe penzolanti, che rappresentano la forza e la pazienza.
La lunetta di destra ci mostra un uomo che suona il corno da caccia mentre ai lati vi sono due cervi in fuga.
In alto un cavallo è inseguito da un uomo che ha tra le mani una forca (potrebbe essere il diavolo che chiama a raccolta le potenze infernali per dare l’assalto alle anime timorose rappresentate dai cervi).
Nella lunetta di sinistra un uomo viene infilzato da un cavaliere, mentre dalla parte opposta vi è un cavallo legato ad un albero; alle sue spalle è raffigurato un bosco stilizzato.
Compaiono inoltre (tutti a mezzo busto) un uomo ed una donna con le treccine. In basso un altro uomo con le braccia incrociate.
Quale il loro significato? Forse simboleggiano Fioravante che accorse a liberare una donna rapita dai saraceni, uccidendo due dei sui rapitori e mettendo in fuga il terzo.
Nel protiro vi sono più archetti concentrici decorati con foglie a rosetta e a dentelli.
Tra l’arco decorato a dentelli (il primo più piccolo) e quello a rosette, vi sono due draghi che divorano due uomini e rappresentano la morte cristiana.
Sotto il timpano due draghi: uno inghiotte un uomo (simbolo della morte) e l’altro lo vomita (simbolo della resurrezione delle anime). E’ la storia di Giona che ritroviamo anche sul lato opposto.
A sinistra ci sono diverse rappresentazioni: raffigurazioni floreali, due animali in lotta fra loro, un leone e la sua preda (uomo quasi nudo).

INTERNO

rebovebrAll’interno ci accoglie la statua in legno raffigurante la Madonna con il Bambino, che nella mano regge una palla, simbolo del mondo.
Furono i monaci Basiliani a erigere su questa bella collina un tempio in onore della Madonna della Strada e forse furono loro a portarla dalla loro terra. L’espressione della Madonna e l’atteggiamento del Bambino ci danno la conferma dell’intenzione di proteggere ed aiutare tutta la gente del mondo su ogni strada.
Il Crocifisso, anch’esso in legno, colpisce per la sua espressione serena e per il suo dolce abbandono.
L’acquasantiera del 1400, sulla prima colonna di destra, è in pietra e riporta uno stemma con la croce e quattro rosette (emblema della passione e delle piaghe di Cristo), con grappoli d’uva e foglie (simbolo dell’Eucaristia).
Pare che sia stato Cola Manforte, conte di Campobasso, a fare dono dell’acquasantiera alla chiesa.
Il sarcofago in travertino (roccia organogena non locale), realizzato nel XIV sec. in stile goticizzante, è la tomba di Berardo D’Aquino (forse appartenente alla scuola di Tino da Camaino).
Poggia su quattro colonnine sorrette da due leoncini (ora mancanti) e da due dadi terminanti con capitelli in stile corinzio; sopra è adornato da quattro colonnine senza base. Si ritiene che lo stemma sia dei D’Aquino. Nel mezzo è raffigurato il Redentore che, seduto, volge la testa verso il defunto. Nella mano sinistra regge un libro (gli Evangeli), mentre la mano destra è alzata nell’atto di benedirlo.
Sul coperchio del sarcofago giace la figura del primo che vi fu sepolto (forse l’abate Landolfo) mentre ai lati due angeli tengono aperte le cortine. Le ossa che vi sono conservate appartengono a tre persone.
Nel timpano è scolpito “Agnus Dei”, emblema di Cristo risorto e vittorioso che annunzia il trionfo dei giusti sulla morte. In ultimo sono rappresentati un’aquila che sostiene un leggio con un libro e un angelo che trafigge il drago (forse San Michele e il diavolo). Un’ epigrafe dice: “Giovanni raggiunge i cieli volando come un’aquila”.

LA VILLA ROMANA A S. MARIA DELLA STRADA

La villa, situata a circa 200 metri a nord dalla chiesa, fu notata in seguito alla costruzione di una strada comunale agli inizi degli anni settanta. Per invito della soprintendenza dei beni culturali il lavoro di scavo venne intrapreso dalle Università di Sheffield e di Aberdeen dal 1980 al 1984. L’occupazione originaria del posto inizia durante l’età del bronzo recente/prima età del ferro. La villa rustica fu fondata nel III o nel II secolo a.C. e sembra sia stata occupata fino all’inizio del VI secolo d.C. senza nessuna grande interruzione evidente, anche se il livello d’attività sembra molto ridotto dopo l’inizio del V secolo d.C. In seguito sembra sia stata abbandonata fino circa al 1600 d. C., quando un edificio agricolo venne costruito fra le sue rovine.
La prima struttura in pietra (blocchi poligonali) risale circa al 200 a.C. Poi nel tardo periodo sannita (II o I secolo a.C.) si sviluppò una fattoria (o proto-villa) dove veniva praticata la coltivazione di cereali e viti. La fase più solida e meglio conservata è quella del I secolo d.C. quando la villa venne ristrutturata, ingrandita ed in parte rivestita con opus reticularum (un rivestimento murale di pietre tagliate a rombo).

L’edificio è diviso in tre ali, probabilmente con un cortile centrale, ed è lungo più di 60 metri. Nonostante sia così grande, manca molta evidenza degli allineamenti tipici delle grandi ville presenti nella zona tra Appennini e Tirreno, anche se sono stati trovati frammenti sparsi di intonaco dipinto e tessere di mosaico bianco. I pavimenti meglio conservati sono semplici, ad esempio in malta, pietrisco e tegole frantumate. È probabile che la villa sia appartenuta ad un aristocratico locale e probabilmente fu gestita da un affittuario o da un fattore. La zona residenziale era probabilmente nell’ala sud, mentre l’ala est era adibita a magazzino e stalla. Nell’ala nord si trovava un ambiente per torchi con grandi dolia interrati, probabilmente usati per la produzione del vino. Il fatto che siano stati ritrovati sul sito pochi frammenti di anfore, potrebbe indicare una produzione limitata: ciò viene confermato dalla semplicità degli impianti per i torchi. L’economia della villa si basava sulla coltivazione dei cereali e sull’allevamento. Per tutti i periodi in cui il sito è stato abitato, il grano è il cereale dominante tra i resti carbonizzati. Però nella fase romana sono stati prodotti anche miglio, orzo, avena, legumi e vite. Tra i resti faunistici, gli animali più attestati sono il maiale, seguito da pecora/capra, poi dal bue. Inoltre sono stati ritrovati resti di cane, cavallo, cervo, lepre, ratto, pesce ostrica e lumache.
Che altre attività venissero svolte sul sito è indicato da ulteriori ritrovamenti. Pesi di telaio e fusaiole testimoniano la produzione tessile; un’incudine e varie scorie indicano la lavorazione del metallo; in un deposito del III o IV secolo d.C. sono stati ritrovati alcuni strumenti in ferro, ad esempio potatoi, lame ed un cesello.
La villa prosperò fino all’inizio del V secolo d.C. e gli oggetti di importazione, specialmente di ceramica africana, dimostrano che aveva contatti anche con l’estero attraverso i mercati dei paesi vicini, in particolare Fagifulae (situato vicino Montagano nella località di S. Maria a Faifoli).
La rotta commerciale più probabile era quella del litorale adriatico, distante circa 80 km dalla villa. Nel complesso, questi dati ci offrono l’impressione di una grande fattoria, non dissimile dalle masserie presenti oggi nella valle.

MOSTRA FOTOGRAFICA “SANTA MARIA IN FOTO”