Tradizioni

DialettoEra d’uso….

Chiedere il permesso alla famiglia, per poter corteggiare una ragazza solo a scopo matrimoniale. Si “chiedeva la mano”. Il giovane pretendente si faceva sempre precedere o era accompagnato da “lu tazzan“, cioè da un mediatore, un amico della famiglia della ragazza, il quale cercava di facilitare gli accordi.
Per i fidanzati, incontrarsi sempre in presenza d’altri, che erano chiamati, scherzosamente, “cannlier” cioè “candelieri”.
Quando si andava in qualche santuario e si voleva stringere amicizia con qualcuno, si usava sigillare il “patto comparatico“, con l’acqua santa e, da quel momento, i due diventavano “compari”.
Di ritorno dal pellegrinaggio a San Michele, riportare ai ragazzi  “l vainell” “le carrube” che avevano un sapore quasi di cioccolato.
All’Ascensione non lavorare nei campi e non cagliare il latte, per cui, chi ne aveva tanto, lo distribuiva agli amici e parenti.
Portare, per la Domenica delle Palme, in dono alla fidanzata la “palma“: una composizione di confetti e velo, a mo’ di ramo di palma e la fidanzata contracambiava il dono, portando alla famiglia dello sposo, per la Domenica di Pasqua, “la pigna“: una grossa torta di tre o quattro piani, farcita con crema pasticcera e che veniva poi divisa fra tutti i parenti e amici.
Fare, le “serenate” alla fidanzata. Il giovane innamorato riuniva gli amici e, con una fisarmonica, organetto o chitarra, improvvisava dei canti, sotto le finestre dell’amata.
Che la ragazza, di sera, al lume di candela o lampada ad olio, ricamasse il suo corredo, mentre il fidanzato discorreva con i famigliari e, solo di tanto in tanto, poteva rivolgergli qualche parola.
Fare la devozione alla Madonna Addolorata, che consisteva nel dividere con Lei il dolore per la morte del Figlio, portando il lutto per tutta la vita. Queste donne si distinguevano, perchè sul foulard nero ricamavano le cifre M S A = Maria Santissima Addolorata
Festeggiare San Michele, in maggio. La festa coincideva con il ritorno in paese del gruppo dei fedeli, che si erano recati in pellegrinaggio alla Grotta di San Michele, nel Gargano. La compagnia affrontava il lungo viaggio con “lu train“, un carro trainato, oppure a piedi, pregando e cantando. Quando si tornava dal pellegrinaggio, si andava alla Cappella di Santa Maria della Strada, per ringraziare la Madonna della sua protezione, durante il viaggio.
Qui gli uomini prendevano qualcuno per le mani e i piedi, lo mettevano sull’orlo di un pozzo, minacciando di buttarlo di sotto, se non avesse pagato un tributo; il poveretto era, quindi, costretto ad offrire da bere a tutti i presenti. Poi si tornava in paese e si andava a sentire la Santa Messa.
Soddisfare ogni desiderio alimentare della donna in attesa, perchè si temeva che, altrimenti, avrebbe partorito un bambino con macchie sul viso o in qualche altra parte del corpo.
Per la morte di un parente, vestirsi a lutto. Il lutto per il marito si portava per sempre.
Alla morte di una persona, fare “lu rcunzl” (consolare). Era un modesto pranzo, per consolare i parenti più stretti del morto e, per i più giovani, era occasione per mangiare a sazietà.
Fare la “devozione di San Giuseppe“. Più famiglie si riunivano alla sera, dal 17 febbraio al 19 marzo, per recitare il rosario e alcune preghiere ispirate al Santo.
Nella stessa giornata, era d’uso che la Famiglia “d La sciatell” distribuisse alle varie famiglie del paese “l zepp” e si diceva: “assagg la devozion d San Giusepp“.

Il 19 marzo, festa di San Giuseppe, la famiglia “d la Sciatell”, che aveva una particolare devozione per il Santo, in seguito a grazia ricevuta, preparava la “tavl d San Giusepp“: un pranzo di 13 pietanze, tutte di magro (scambr), cioè con esclusione totale di carni e grassi animali; l’unico condimento era l’olio. Al pranzo, erano invitate tre persone: un uomo, una donna e un bambino, che simboleggiavano la Sacra Famiglia, poi altre 13 persone, che rappresentavano gli apostoli e potevano sedere al tavolo della Sacra Famiglia; questa tavola era chiamato “sacra mensa“, per differenziarla dalle altre tavole, dove sedevano altri invitati, chiamate “le tavole dei pezzenti”.

Una volta…

Si partoriva in casa, alla presenza delle consuocere e con l’aiuto della “levatric” o “vammar” (ostetrica), figura che oggi sta scomparendo. E, se nasceva una figlia femmina, il padre piangeva. Le femmine avrebbero comportato, in futuro, delle spese (dote).
La dote veniva valutata e c’era un uomo (z Luvigg Pasctasciutt), che attribuiva ad ogni capo il prezzo, determinandone il valore globale.
Quando si preparava il letto per gli sposi, fra i materassi, era d’uso mettere un paio di forbici, per tagliare o scacciare le malelingue e le invidie.
Non c’erano gli asili nido, per cui le mamme si portavano dietro i bimbi in campagna (nelle loro culle). Chi non voleva li portava, invece, da una donna che ne accudiva parecchi: z Flumen Fascian era, si direbbe oggi, una baby-sitter.
Se il bambino soffriva d’insonnia, gli si somministrava “la papagn” = una bevanda a base di papavero
Ad ogni starnuto del bambino, si diceva: “Crisc sant” cioè “Cresci santo”.
Si credeva che il mal di testa fosse dovuto al “malocchio” (invidia altrui) e c’era sempre qualche vecchia signora che, come per incanto, dopo aver segnato la fronte con gesti particolari e parole magiche, faceva scomparire ogni disturbo.
Le bambine, per la Pasqua, ricevevano in dono un dolce (fatto di farina bianca, uova, zucchero e patate) che aveva la forma di una bambola, la quale stringeva fra le mani, incrociate sul petto, un uovo sodo. Il dolce del maschietto aveva, invece, la forma di un cestino che conteneva un uovo sodo. Il pane, elemento semplice, diventava, per l’occasione, un “messaggio d’amore”. Queste cibarie venivano portate in chiesa insieme ai biscotti e benedetti, dopo la messa, con l’acqua del nuovo fonte.
Qualcuno usava vestire il bambino da “fraticello” per 13 mesi e 13 giorni (era questa la devozione a Sant’Antonio di Padova). C’è stato anche chi lo ha portato per 13 anni e, per questo, è stato soprannominato “lu monch”.
Quando si ammazzava il maiale, bisognava scegliere la parte migliore e portarla alla “vammar” o al dottore, in segno di ricompensa, per il servizio ricevuto. Di regola era un pezzo di lombo (lu lummiell) e di fegato con rete.
Si usava lucidare le scarpe con un bel pezzo di grasso di maiale, messo a scaldare (Era il pene del maiale messo ad essiccare, senza sale).
C’era “la nuver” un grande frigorifero, per tutto il paese: era una fossa, scavata all’ombra di grandi alberi, ampia e profonda alcuni metri, che, durante l’inverno, veniva riempita di neve. Questa veniva pigiata e poi ricoperta con strati di paglia e altri materiali isolanti; così la neve dell’inverno si conservava per molto tempo e veniva utilizzata per congelare le carni, che, altrimenti col caldo, potevano deteriorarsi.
C’era il banditore il quale, dopo aver suonato una tromba, per richiamare l’attenzione della gente, ad alta voce, dava l’informazione pubblica. Antonio Longano era stato uno di questi, per cui tutti lo chiamavano “z Ntonio lu bannisct”. Altri banditori da me conosciuti sono stati: z Cola Marascè e Capzzon.
Lo scaldino si chiamava “lu monch” perchè spesso gli uomini erano assenti, erano in guerra o emigrati e le donne erano sole in un lettone freddo; gli unici uomini, che si trovavano in paese, erano i monaci, ma non potendo servirsi di essi, per scaldare il letto, inventarono lo scaldaletto, che fu chiamato “il monaco”.