Dialetto

Argomento estratto parzialmente dalla pubblicazione “MATRICE” elaborata da Maria Paola Lemmo, sulla base degli scritti di A. De Rubertis, G. Masciotta, libri scolastici, documenti dell’archivio parrocchiale e comunale per approfondimenti consultare il testo.

Quando si parla di dialetto si pensa a qualche cosa meno “corretto”, meno “educato” e, perchè no, meno “bello” dell’italiano; anzi, si fa di frequente, anche a scuola, una distinzione profonda tra “lingua” e “dialetto”, considerando quest’ultimo una “sottolingua”, una lingua inferiore, priva di dignità, che bisogna tenere nascosta nelle circostanze più importanti e che è meglio cancellare e dimenticare. Al dialetto è stata assegnata un’immagine di subalternità culturale e sociale e chi lo parlava è stato spinto a considerarlo un marchio di inferiorità e ad abbandonarlo e anche a reprimerlo in sè e nei propri figli a favore dell’acquisizione di un ITALIANO spesso “inferiore” che continua ad essere, indubbiamente, un preciso contrassegno di appartenenza sociale.
Ma ricordiamoci che fino all’unificazione d’Italia e ancora per molti decenni successivi, il dialetto era l’unico strumento a disposizione di ogni classe sociale, per le necessità comunicative orali e solo una scelta culturale e politica della classe dominante di allora assegnò a un determinato dialetto, quello di Firenze, la funzione di rappresentare tutta la Nazione a livello di espressione culturale. Scelto il fiorentino come lingua nazionale, le altre lingue furono degradate a DIALETTI. Ma sono solo le condizioni storiche, politiche ed economiche che orientano il ruolo funzionale di una lingua. Basti pensare che l’ “italiano” un domani può essere considerato “dialetto” nell’Europa. Col passare degli anni, con lo sviluppo culturale e il flusso migratorio, il dialetto è andato sempre più in disuso. L’Italiano, invece, ha accresciuto e accresce sempre più il proprio ambito di diffusione, sia nell’uso attivo, sia nelle possibilità che ha di essere compreso.
Ma, basta andare nelle strade delle città, nelle loro periferie o girare per i paesi, come Matrice, e per le campagne, per accorgersi di quanto i dialetti siano ancora diffusi tra la gente e impiegati per parlare. Ciascuno di noi, inoltre, anche se non ha mai parlato in dialetto, rivela, immediatamente, la propria provenienza regionale, nella pronuncia e nella cadenza dell’italiano che parla. E’ sacrosanto, è giusto che ogni cittadino del nostro Paese impari ad usare, al massimo rendimento, la lingua italiana (per capire le leggi, i documenti ufficiali, leggere libri, intervenire nelle sedi politiche, scrivere, ecc.), ma tutto questo non dovrebbe, però, avvenire a spese delle parlate dialettali. Il DIALETTO, comunque, resta sempre uno strumento di comunicazione, che possiede, esattamente, le stesse proprietà e le stesse capacità della lingua nazionale; l’unica reale differenza è che, mentre il dialetto serve solo per comunicare con poche persone, la Lingua ci permette di essere compresi in tutto il Paese.
Anche a Matrice prevale la lingua nazionale, ma con una cadenza propria “MATRICIANA”. Ancora oggi a Matrice ci sono dei DETTI che rendono molto l’idea di quello che si vuole dire e sono più immediati per la comprensione. Ci sono VOCABOLI pittoreschi, ma ci sono anche termini scomparsi del tutto. E poi, ci sono i PROVERBI MATRICIANI: brevi briciole di saggezza, dettate dall’esperienza e dalla profonda conoscenza delle cose e delle persone.