Poesie di Igino di Tommaso

A Peppino, cane sopraffino

Quante virtu aveva sto Peppino,
potrei dire quasi sovrumane.
Accompagnava tutti a destino
e cio che ha fatto impresso in noi rimane.
Tutto vero quello ch’e stato detto,
pero aveva pure un gran difetto.

Ricordo, quando era piu arzillo,
era il dominatore del paese:
nessun gatto poteva esser tranquillo,
perché se usciva ne facea le spese.
Adesso ogni gatto e felice,
ok per cittadino di Matrice.

Igino Di Tommaso

La “600” d’Oro

Più non transita la “600” d’oro
per le contrade e borghi di Matrice.
Più non porta un sollievo per coloro
che soffrono di cuore o d’appendice.
Più non passa col “Carico prezioso”:
è chiusa nel garage, è a riposo.

Il Medico di tutti è deceduto,
soccombendo, inesorabilmente,
ad un male terribile e cocciuto,
che l’ha stroncato quasi immantinente.
Ha strappato alla morte tanta gente,
ma per se stesso non ha fatto niente.

E’ scomparso colui che, tranquillo,
vegliava sulla popolazione,
pronto ad intervenire al primo squillo
del campanello, sito nel portone.
Con tutti era scrupoloso e accorto,
per tutti una parola di conforto.

La sua specialità era il torace.
Diagnosticava con oculatezza,
era preparatissimo e capace,
inoltre, agiva con molta scaltrezza.
Ciò che sentenziava era un verdetto!
Quasi mai veniva contraddetto.

Un vero punto di riferimento
era l’ambulatorio di don Gino
Non funzionava come smistamento
per il luogo di cura più vicino,
ma tutto si svolgeva in quel locale,
raramente s’andava all’ospedale.

Di natura svariata gli interventi:
ferite medicate e ricucite,
molari estratti a miseri pazienti,
gengive incise allorché indurite.
E risolvendo, quasi per magia,
perfino casi in ginecologia.

Nel pomeriggio, come svago onesto,
prediligeva il gioco delle bocce
insieme ai suoi amici, e per far questo,
s’andava alla vianova, tra le rocce,
tra buche e canaletti irregolari
ardua era l’impresa, senza pari.

Per superare, con tutti gli onori,
le asperità presenti sulla via
o le bocce di avversi giocatori,
metteva in atto l’alta strategia,
imprimendo alla palla un movimento
combinato, detto “sdallazzamento”.

D’inverno, invece, andava spesso a caccia,
in compagnia del fedele “Billi”.
Dal dì che l’ha perduto, Gino Ciaccia,
non ha dormito più sonni tranquilli.
Era il suo caro amico protettore,
dov’era il cane là c’era il Dottore.

Qualche volta andava a cercar funghi.
Mentre soléa passar le tetre sere,
al circolo dei “Pantaloni Lunghi”
a giocare le carte, con piacere.
Eran questi gli svaghi per don Gino,
tutto ciò che gli offriva il paesino.

Nel dì di festa, alla processione
mai mancò, era sempre presente.
Con passo lento, come da copione,
in fila camminava con la gente.
Distinto, serio, con aria sommessa,
puntualmente andava a sentir Messa.

Più non transita la “600” d’oro,
per le contrade e borghi del paesello.
Il Padroncino è andato tra coloro
che, un dì, risorgeranno dall’avello.
In vita ha operato con onore,
E’ stato un uomo buon: era un Signore.

In memoria del dr. Luigi Ciaccia
Medico di Reparto delle F.S.
visto da Igino Di Tommaso

Approccio (Conquiste remote)

Un giorno me ne scesi al paesello,
era di festa e a spasso me ne andai.
Con la maglietta, di color pisello
e i calzoncin, ci stavo bene assai.

Sfolgorante ed innocente
io giravo fra la gente,
ma per far cosa?
Volevo conquistare un’amorosa.

Infatti al lato, sopra il marciapiedi,
delle ragazze davansi a giocare,
con ritmo a saltellar con ambo i piedi,
mentre facean la fune roteare.

Mi fermai colà, un poco,
per mirare il loro gioco,
ma la più grande
mi disse: “Io ti voglio, son tua amante”!

La fune, che serviva al loro gioco,
la vidi già sbarrata me davanti.
Io, che rimasi lì stupito un poco,
mi chiesi: cosa faccio? Tiro avanti!

E, con tattica per bene,
superai quella fune
e, rosso in viso,
ripresi a camminar, pensando al caso.

‘Na quantità di tempo è già sparita,
sicché una guerra ebbe inizio e fine.
Si era entrambi nell’età fiorita,
nel tempo in cui vediam l’ultime brine.

La rividi, oh bella sorte,
sono pronto alla tua corte!
E da quel giorno,
costantemente le giravo intorno.

I giorni pre-pasquali son passati,
e il dì seguente è detto pasquarella,
e, insieme a degli amici, siamo andati
in mezzo alla campagna, a prender pella.

Ed il luogo che ho scelto
fu di fronte, e questo è certo,
alla mia bella:
oh quante rimembranze, pasquarella!

Infatti, il gruppo del gentile sesso,
si divertiva là, di fronte a noi.
Giocavan tutte, ed il mio amore stesso,
con fune al ramo, anz’anti e dietro poi.

Mentre noi, con tromba e canto,
con chitarra e vitto tanto,
si fé baldoria.
Vorrei poter riviver ciò ch’è storia!

Igino Di Tommaso

Fiore reciso

Discendesti
nell’avello
nel più bello
della tua gioventù.

Nel giardino pien di fiori d’ogni spece,
colto viene quale più sfoggia,
e quel fiore profumato, che più piace,
viene offerto al Gran Signore della reggia.

Come il fiore Tu, inesorabilmente,
dalla morte fosti rapita
e volasti per raggiunger, finalmente,
Chi ti creò, ti edificò e ti sposò

Da quel dì, che non ci sei più,
la misogamìa è con me,
perché nel cuor mio c’eri Tu
e niuno ancora c’è.

Ma quel grande amore che per Te avevo,
pur se indarno fu corrisposto,
l’alimento della speme costituiva
di ciò che più bramavi Tu: la guarigion.

T’ho amata
da bambina,
mia piccina,
ciò non capisti Tu.

Tu non eri per quest’inope mondano
la tua meta, non voluttuosa,
perché il fiore ch’è più bello, in un giardino,
non può disseccare come ogni altra rosa.

Ma di Quel che ha, sa, può e vede tutto
sei l’eterna e casta sposa.
Ora, almeno, cerca di largirmi il frutto
del puro amor, di cui la fonte è il Signor.

Ascendesti
in Paradiso,
ciao, bel viso,
ti rivedrò lassù.

Igino Di Tommaso

La Mamma (Nel giorno della sua festa)

Mammina cara, oggi è la tua festa,
vorrei regalarti tante cose:
un cappello che adorni la tua testa,
unitamente a un fascio di mimose,
un brillante color verde tempesta,
un profumo di terre misteriose.
Perché, per me, bellissima tu sei,
e ancor più affascinante io ti vorrei.

Tesoro mio, amore mio diletto,
apprezzo il tuo generoso gesto,
la tua dimostrazione di affetto,
di stima, simpatia e tutto il resto.
Ma ciò che veramente io m’aspetto
da te è un’altra cosa, non è questo,
Se tu mi vuoi veramente bene
stammi a sentir che forse ti conviene.

Voglio che tu sia buono ed ubbidiente
onesto, altruista ed affettuoso,
che tu possa aiutare tanta gente
ed essere leale e rispettoso.
Il disertar la scuola è malamente,
esser tu possa assiduo e studioso.
Questo, per me, è il più gradito dono,
a sognar ciò, felice m’abbandono.

E mi rivolgo a tutte le persone,
che nella vita, han modo d’incontrare
i figli miei, e nell’occasione,
d’aver cura di loro e di pensare,
che a casa c’è una mamma, sul balcone,
che li aspetta, nell’ora di tornare.
Per cui, non osate far del male
ai figli miei. Ciò che vi chiedo è tale.

Ma se malvagità state tramando
a scapito di essi, riflettete:
la mamma dei miei figli sta aspettando,
farla attendere invano, non potete.
Se ancora, far del mal, state pensando,
la mente a mamma vostra rivolgete,
vedrete, ch’essa, giammai approverà,
e con il suo sguardo vi dissuaderà.

Igino Di Tommaso